Domani
domani salirò su un altro aereo che mi porterà in India. Come un alcolizzato a secco da troppo tempo, mi sto pregustando il piacere di una bella bevuta, anzi, ubriacata.
Il tran tran quotidiano sta per finire, almeno temporaneamente.
Mi concentro e colgo quella subdola sensazione di scomodità che comporta il partire. Le abitudini che pian piano si sono infiltrate tra le mie cellule, sentono che stanno per essere espulse come tossine e si ribellano, vogliono che resti.
Allora salgono al cervello e attivano i neuroni della routine. E così mi appaiono dei flash che mi vedono tranquillamente spaparanzato sul divano, o davanti a una buona pizza fatta da mio papà, e sembrano dirmi: "ma dove vai in India? Ogni giorno ti dovrai alzare e decidere cosa fare, dove mangiare, cosa vedere. Dovrai cercare un internet point che ti faccia collegare il portatile. Cambiare stanza ogni qualche giorno...dove vai?".
Io li guardo per un attimo, li contemplo dall'esterno, anche se sono dentro la mia mente.
Ma sono immune. Non mi fregano più, anzi, non mi hanno mai fregato, perché ho tanti altri flash, migliaia, ben più forti, di situazioni, momenti e persone che mi sono stati regalati dalla strada e, onestamente, non c'é confronto.
In India ne vivrò altri, nuovi.
Per lo spaparanzamento da divano c'é sempre tempo, quello resta lì.
Mai visto scappare un divano.
Eccomi, forse vi sembro una verginella al suo primo viaggio fuori città, tutto eccitato dalla prospettiva.
E invece no, sono un pesce che torna al mare, dopo qualche mese di acquario. Bello l'acquario, senza predatori, con il cibo che cade dall'alto a orari fissi, persino col sommozzatore di plastica che si muove con l'aria della pompa.
Ho provato a renderlo vivo, anche l'acquario ha i suoi margini di manovra, e sono stato in lotta. Ma onestamente il mare é un'altra cosa.
E poi lì, dietro le falesie sommerse di Uraban Prakut, alla rampa di atterraggio delle mante indiane, mi aspetta Lek. Una gran bella pesciona