TriplucaVivere viaggiando

26 gennaio 2008 · I miei libri Riflessi

Riflessi - capitolo 2.5

Riflessi10 anni fa ho scritto un breve romanzo ispirato ai miei anni parigini (1994/5).
L'altro giorno l'ho trovato nei reconditi delle mie cartelle. Ho iniziato a leggerlo e...mi é piaciuto.
E' roba vecchia, un Luca pre-Trip, ma già viaggiatore anche se solo in Europa.
Ve lo propongo intero, a piccole dosi, da leggere 5 minuti alla volta...

RIFLESSI

CAPITOLO SECONDO, parte quinta

-"Parigi é come una tela dipinta molte volte", disse lei.
-"Cosa intendi dire?"

- E' come un quadro, che non finisce mai di subire variazioni, per mano di artisti sempre diversi. Alcune cose vengono aggiunte, altre cancellate. Questo palazzo di fronte a noi é lì da forse duecento anni, mentre quell'insegna é nuova.
Noi ne vediamo la versione ultima, e ci immaginiamo che sia sempre stato così. Ho letto un libro che parla della Parigi del sedicesimo secolo. E ancora tutto lì, solo coperto da moltissime cose nuove, le macchine, i bus, le insegne luminose, la gente vestita in modo diverso. Ma é ancora tutto lì. Nel mio paese duecento anni fa non c'era niente. Mi domando se chi ci é nato , a Parigi, possa capire".
-"Non credo, io per esempio, non ho una percezione del passato come ce l'hai tu".
-"Ti basterebbe leggere un libro come 'I miserabili' di Hugo per capire dove abiti, per amare questa città"

La conversazione cominciava a stancarlo e così propose di mangiare qualcosa, era ormai sera. Lei disse che non aveva voglia di uscire così Francesco andò a comprare qualcosa.
Passò per la reception dove non c'era nessuno e si ritrovò in strada.

A Parigi la sera é speciale. In quel momento, pensava, sono tutti alla ricerca di qualcosa. Le coppie a passeggio lungo la Senna cercano, per esempio, di realizzare l'illusione del loro amore. L'amore: ognuno vede nell'altro ciò che non c'é.
"Ti amo" dice lui guardandola negli occhi. E non la vede. Non la vede perché vede una donna perfetta e invidiabile, unica, le cui qualità sono inimitabili e i difetti adorabili.
E proprio mentre pronuncia quelle parole, un'eco rimbalza nel profondo della sua coscienza, un suono che percepisce ma non capisce, é la continuazione del suo pensiero, quella frase che non può pronunciare perché ha un significato che non può ammettere neanche a se stesso, questo: "Ti amo perché mi ami." Perché tu sei la sola che ha capito, la sola che mi ha capito, l'unica che, oltre a me, mi considera la persona più importante al mondo. PERCHE'… IO SONO LA PERSONA PIU' IMPORTANTE AL MONDO. Anzi, lo sei tu, perché ne sei la prova."

Questa frase, questo concetto, arriva da lontano, da una zona della coscienza troppo radicata nell'animo.
Una zona nella quale c'é tutta la verità della persona.
Quella verità che fa male, che va filtrata, attutita, prima di arrivare al pensiero, perché brucia.

E mentre le accarezza i capelli, convinto di aver dimenticato se stesso, soddisfatto di aver dichiarato al mondo che lei é la sola cosa al mondo per la quale valga la pena di vivere e di morire, sprofonda nel bisogno di lei, perché lei giustifica i suoi errori ed esalta le sue qualità.

E, allo stesso tempo, lei fa lo stesso: strano spettacolo di due anime che decidono di unire i propri destini per sempre, senza essersi mai nemmeno viste.

Così, mentre camminava, Francesco pensava di aver capito tutto. Non si era mai innamorato.

E mentre camminava, vide una finestra illuminata dalla quale uscivano risate e musica. Una festa, pensò.
Anche loro alla ricerca di qualcosa. Il vino, le tartine, la musica, gente che balla a piedi nudi sulla moquette, quelli seduti a parlare, quelli che dormono addormentati dal vino.
Le feste di Parigi sono come un incrocio, dove si creano legami che poi durano in eterno, o svaniscono col sorgere del sole.
Entrò in un negozio, prese una baguette, del formaggio e due bottiglie di rosato.
Alla cassa, mentre pagava, guardò il cassiere arabo e pensò: "Anche tu alla ricerca di qualcosa".

Tornò all'hotel con un sacchetto di carta in mano, dal quale sporgeva la baguette. Arrivò davanti alla porta bussò. Lei venne ad aprire. Era bella e sorrideva.
"Ci si innamora solo della bellezza", pensò.

Mentre tagliavano il pane e il formaggio, le chiese se voleva andare ad una festa. Disse che preferiva restare con lui. Bevvero tutto il vino e quasi non toccarono il cibo. Francesco aveva una gran voglia di abbracciarla, anche grazie al vino, ma aveva deciso dentro di sé di non fare il primo passo, di non cercare nulla, di lasciare che tutto accadesse perché se niente fosse accaduto, sarebbe stato bello lo stesso.
Aveva voglia di baciarla. Accese la radio, trasmettevano una canzone lenta.
Spense la luce, e la invitò a ballare, dalla finestra entrava la luce di un lampione. Sentì il suo seno contro il petto, il suo respiro sul collo e l'odore dei suoi capelli.
Chiuse gli occhi e una frase assurda, dissacratoria, gli venne in mente: "Per stasera sono a posto". Fu sorpreso del suo stesso pensiero. L'aveva davvero pensato oppure si era solo "immaginato di pensarlo"?
Poi se ne rese conto: non era lui che aveva pensato così, era un altro Francesco; era quel Francesco che conoscevano i suoi amici.

Si sentì un po' a disagio perché quel Francesco, in quel momento, non gli piaceva. Lei lo strinse più forte. Si sentì sprofondare. Pensò ai suoi amici che in quel momento erano alla festa e si stavano probabilmente domandando dove fosse lui. Si immaginò di essere con loro, seduto sul divano, e guardarsi, come in un sogno, ballare con lei in quella stanza d'albergo. "Questo sarebbe il momento di sferrare l'attacco decisivo" pensò ironico, mentre si rendeva conto di essere completamente dominato dalla situazione.
Non era in grado di sferrare nessuno attacco, voleva solo stringerla più forte.
Ad un certo punto la prese in braccio e finirono, ridendo, sul letto.

Si sdraiò accanto a lei e le prese la mano. Una gran voglia di piangere e una gran voglia di ridere allo stesso tempo gli fecero chiudere gli occhi. Giocarono a sfiorarsi le mani per qualche tempo, poi lei si alzò, chiuse la finestra e il buio fu quasi totale. Tornò quindi a sdraiarsi vicino a lui e rimasero abbracciati senza parlare, fino a che non si addormentarono.