TriplucaVivere viaggiando

12 maggio 2008 · I miei libri Riflessi

Riflessi - Capitolo 8.1

Riflessi10 anni fa ho scritto un breve romanzo ispirato ai miei anni parigini (1994/5).
L'altro giorno l'ho trovato nei reconditi delle mie cartelle. Ho iniziato a leggerlo e...mi é piaciuto.
E' roba vecchia, un Luca pre-Trip, ma già viaggiatore anche se solo in Europa.
Ve lo propongo intero, a piccole dosi, da leggere 5 minuti alla volta...

RIFLESSI

CAPITOLO OTTO, parte prima

-"Me ne vado, quanti giorni di preavviso devo dare?" La faccia di Juan, il proprietario del locale, restò inespressiva. -"Hai trovato un altro lavoro?" -"No, me ne vado da Parigi" -"E dove vai?", chiese credendoci subito. Infatti ormai lo conosceva anche se non se l'aspettava. -"Non lo so ancora".

Per un attimo volle parlargli del tramonto ma pensò a quando la sera prima di chiudere il locale Juan si metteva a contare i soldi e aveva sempre la faccia triste e nervosa e poi saliva sulla sua Porsche e diceva "A domani ragazzi".
-"Ci sono varie possibilità", disse, ma in realtà non aveva la minima idea di dove sarebbe andato".
-"Se hai fretta vai pure subito"
-"Mi puoi pagare adesso?"
-"Vieni stasera, andiamo a berci una birra insieme"
-"D'accordo, ciao".

Uscì dal locale e capì di avere fatto la cosa giusta.
"E adesso?", pensò.

Si incamminò verso casa con le mani in tasca. Poteva andare dappertutto, o quasi, ma doveva fare in fretta, aveva ancora paura di cambiare idea. Entrò in un negozio di musica e comprò una cassetta. A casa mise la cassetta nello stereo e cominciò ad ascoltare "Tequila Sunrise", alle prime note pensò "E' colpa tua, adesso dammi un'idea". Chiuse gli occhi e viaggiò nel deserto, verso il tramonto.

Il locale era buio e pieno di fumo.
-"Ma perché te ne vuoi andare?", chiedeva Juan, toccando con l'indice la schiuma della sua Guinnes, "non stai bene qui?".
-"Sono stato bene finora", rispose. Non aveva ancora deciso dove andare e aveva paura di farsi convincere a restare.
-"E cosa é successo?"
-"Niente, ho semplicemente voglia di andare da qualche altra parte"
-"Dove?"
-"Non lo so ancora, il mondo é grande", disse ridendo.
-"Ho già sentito altre frasi del genere...da gente finita male"

Juan amava parlare della gente che aveva conosciuto. Alcuni suoi conoscenti erano finiti in galera. Lui non lo diceva mai, ma era orgoglioso di essersene tirato fuori.
-"Ho visto gente finita male dappertutto", disse e si pentì subito della risposta. non voleva mettersi a discutere. La sua era una decisione già presa, perché discutere?
-"Torni in Italia?"
-"Al massimo farò un salto"
-"Non ti capisco, ma capisco che é una decisione coerente", disse Juan, "non ti sei mai fatto male, saltelli di qua e di là e non scivoli mai. Io non potrei fare come te perché io sono caduto semplicemente camminando".

Francesco capiva ciò che voleva dire.
-"Sono caduto e mi ha fatto male, e poi ho sempre avuto paura, ho visto i miei amici cadere e ogni volta cercavo un appiglio più stabile. Gente che mi sembrava indistruttibile, che si rompeva prima dentro e subito dopo anche fuori. Mi ricordo una volta che un mio amico al bar mi disse 'non ce la faccio più' e faticava a non piangere. Un amico che rispettavo e addirittura ammiravo. Aveva ceduto, senza nessun motivo. Forse solo perché non aveva nessun motivo per non cedere...tu almeno se cadi, cadi dall'alto, mentre la gente come noi, se ci facciamo male, non ci bada nessuno.
Qualcuno che scivola camminando non é un eroe. Ma stai attento, se tu cadi, l'invidia di noi passanti ti schiaccerà. Goderanno del tuo fallimento.
Penseranno a Icaro che voleva volare con ali di cera. Devi dimostrare che hai ali vere".

Francesco taceva e guardava fuori dalla finestra. Giù in strada sentì dei passi, una risata e poi più niente.
-"Un motivo?", disse.
-"Sì, un motivo", disse Juan.
-"C'é un motivo?", disse, come se non se lo fosse mai chiesto
-"Ti hanno messo al mondo, adesso devi starci, se almeno non ti diverti, che senso ha?"
-"E' vero che se ti diverti certe domande non te le fai", disse Francesco
-"Certo, quando ti fai questa domanda vuol dire che c'é un problema"
-"Di solito si risponde che il motivo é Dio, l'amore, o cose del genere...", disse Francesco.
-"Non vuol dire niente"
-"E' molto profonda come risposta...".
-"Si, talmente profonda che non ci si capisce niente!", si scaldò " Cosa capisci tu dalla parola Dio? E amore? Che cosa ti dicono? Se ti dico "birra", é un parola che capisci e che ti fa pensare ad un bicchiere, e forse ti farà persino venir sete. Ha una propria forza evocativa. Se ti dico "Dio"? A cosa pensi?"
-"A un prete, a una chiesa, a una bestemmia"
-"Qualche sensazione?"
-"No"
-"Ecco! La parola che dovrebbe contenere tutto, non contiene niente, se non l'immagine di un prete e di una chiesa. Questo dimostra che é la parola sbagliata".

Francesco era stupito di sentire Juan dire queste cose. Non aveva mai sospettato che potesse esprimersi in questo modo. Lo guardava e vedeva che si sentiva soddisfatto di quello che diceva. Poi un'immagine entrò violenta nel suo cervello, vide centinaia di persone in mezzo al mare, su delle zattere, tutte andavano nella stessa direzione. C'erano zattere fino all'orizzonte. Si alzò, chiese un pezzo di carta e una penna al banco e entrò in bagno e lì scrisse sul pezzo di carta questa frase:

"La corrente ci trasporta verso la cascata, ci amiamo, ci odiamo, lavoriamo, combattiamo, piangiamo dimenticando di essere tutti in viaggio verso la fine".

Poi mise in tasca il foglietto e tornò da Juan.
-"E allora questo motivo?", chiese Francesco.
Juan bevve ancora un sorso di birra e disse:
-"Quando sei ubriaco ti fai questa domanda?"
-"No"
-"E quando sei felice?"
-"No"
-"E allora la mia risposta é: lo scopo della vita é riuscire a non domandarselo!", e rise.

Poi cambiarono discorso e rimasero a parlare ancora a lungo.