Riflessi - Capitolo 8.2
10 anni fa ho scritto un breve romanzo ispirato ai miei anni parigini (1994/5).
L'altro giorno l'ho trovato nei reconditi delle mie cartelle. Ho iniziato a leggerlo e...mi é piaciuto. E' roba vecchia, un Luca pre-Trip, ma già viaggiatore anche se solo in Europa.
Ve lo propongo intero, a piccole dosi, da leggere 5 minuti alla volta...
RIFLESSI
CAPITOLO OTTO, parte seconda
Verso le due di notte Francesco tornò a casa a piedi e mentre passava per la Place de la Bastille vide una ragazza che assomigliava moltissimo all'australiana. Si avvicinò e vide che non era lei. Tornando a casa ci pensò.
Aprendo la porta provò qualcosa di simile alla nostalgia. Vide l'appartamento vuoto e desiderò che ci fosse qualcuno. "Se non c'é nessuno con te, puoi anche credere che ti sei solo immaginato tutto, anche di aver vissuto". Si buttò sul letto e accese la televisione, guardò un po' il telegiornale e mentre stava per cambiarsi per andare a dormire suonò il telefono.
-"Pronto?", disse.
-"Non te lo domandare...", disse un voce cavernosa.
-"Juan, che cazzo vuoi a quest'ora?"
Juan rideva.
-"Ehi filosofo, và a dormire che é meglio", disse Francesco con voce scherzosa.
-"Va bene, va bene, però é una bella frase. non ci avevo mai pensato prima..."
-"Si, bravo. Adesso scrivila così non dimentichi"
-"Buona idea, Bé buonanotte, Ciao"
-"Ciao, Juan". E andò a letto.
Il giorno dopo fu impiegato per i preparativi. Portò i bagagli in eccedenza da un amico promettendo di venirseli a prendere a breve, disdette l'appartamento, chiamò tutti gli amici e organizzò una festa a casa sua per la sera. Verso le cinque andò in un'agenzia di viaggi e si comprò un biglietto dell'Interail.
Aveva infatti deciso di girare l'Europa per un mese e fermarsi nel posto che gli sarebbe piaciuto di più.
In banca aveva circa 15.000 franchi, ne aveva ritirati 8.000 e gli altri li avrebbe usati con la carta di credito se ce ne fosse stato bisogno.
Poi gli venne voglia di non andare da solo ma con qualcuno. Pensò a tutti gli amici di Parigi ma nessuno di loro sarebbe andato con lui. Pensò agli amici che aveva in giro per l'Europa e non trovò nessuno che lo avrebbe fatto, almeno non così, da un giorno all'altro. Chiamò i suoi genitori in Italia e disse loro che sarebbe partito per una vacanza di un mese e che sarebbe forse anche passato per casa. Poi chiamò anche un amico in Italia e gli disse di avvertire tutti gli altri che se qualcuno avesse voluto fare un giro con lui, bisognava chiamare Gianni che sarebbe stato al corrente dei suoi spostamenti e che gli avrebbe riferito i messaggi.
Quando gli amici cominciarono ad arrivare, Francesco non aveva ancora deciso dove sarebbe andato l'indomani, sapeva solo che sarebbe partito. Arrivarono in molti, ognuno portò con sé qualcosa da bere o da mangiare. Gianni preparò degli spaghetti all'aglio, olio e peperoncino. Furono stappate delle bottiglie di vino e qualche lattina di birra. Si parlò molto, tutti seduti, chi sul divano, chi sulle sedie, chi per terra. Tutti parlavano e tutti ridevano. Abdel, un ragazzo marocchino, raccontò delle barzellette e, chissà se per colpa del vino o delle barzellette, a qualcuno vennero delle lacrime agli occhi dal troppo ridere.
C'erano anche un paio di ragazze ungheresi, saltate fuori da chissà dove, che non capivano ma che ridevano lo stesso. Csaba, ungherese anche lui, traduceva, e loro ridevano sempre in ritardo e ogni volta sembrava non dovessero smettere mai, così facevano ricominciare anche gli altri.
Francesco pensò che quello era veramente il momento migliore per andarsene, tutto infatti era perfetto. E questo significava che le cose potevano solo peggiorare, non migliorare. Non voleva vedere quella felicità scemare, sporcarsi e diventare routine. In quel momento pensò a "Tequila Sunrise" e prese la decisione di andare in Spagna.
Dopo un po' qualcuno gli chiese:
-"E allora, hai deciso dove andare?"
-"Sì, in Spagna", disse. E capì che ormai era vero.
-"A che ora parti?", chiese Gianni, sorpreso.
-"Non so ancora a che ora é il treno".
-"Perché in Spagna?", chiese Judith, la ragazza tedesca.
-"Da qualche parte devo pure cominciare", rispose.
E andò in cucina a prepararsi un "Tequila Sunrise".
Se ne andarono tutti con l'ultimo metrò. Non ci furono addii, perché Francesco promise di tornare entro una settimana a Parigi, in viaggio dalla Spagna verso il Nord Europa.
Prima di andare a letto scrisse un'altra frase sul foglietto:
"Se ascolti la tua voce interiore, e fai ciò che ti dice, avrai paura di giocare con la tua anima, e ti salverai".
Aveva paura di mostrare queste frasi agli altri, gli sembrava che fossero ipocrite e retoriche, anche se sentiva che forse erano molto profonde e sincere.
Avrebbe voluto usare un altro linguaggio, ma ogni volta si trovava a scrivere una cinquantina di parole, invece di dieci, e si perdeva l'effetto e la chiarezza di ciò che voleva dire.
La notte non riuscì a dormire molto. Era nervoso. Lo pervadeva una sensazione di onnipotenza e fragilità allo stesso tempo, e ne era come sballottato, come su di un'altalena che non si riesce a fermare. Sentiva di poter fare davvero tutto, gli bastava volerlo, non aveva paure e allo stesso tempo si sentiva fragile e assurdamente bisognoso di paure, paure che lo controllassero, che gli impedissero di fare errori irreparabili.
Sospettava di se stesso, si chiedeva se non stesse comportandosi come un bambino che gioca col fuoco, così come lui giocava con la vita. Tutta la vita gli sembrava un gioco, troppo facile. Vedeva attorno a sé delle persone che lo guardavano e sapeva cosa pensavano:" prima o poi si farà male". Sapeva di essere contro il sistema pur non volendo esserlo. Lui voleva fare semplicemente ciò che aveva voglia di fare, mentre il sistema gli diceva di trovarsi un lavoro, farsi un famiglia, e circondarsi di cose, più belle e care possibile, cose che avrebbero testimoniato la sua vittoria, o sconfitta, nella società.
Non era un contestatore, non contestava nulla, che gli altri facessero pure come credevano, a lui questo non interessava, la sua vita, e questo era un punto fermo, non era stata ancora scritta.
La vita di troppe persone, pensava, é già stata scritta.