TriplucaVivere viaggiando

1 giugno 2008 · I miei libri Riflessi

Riflessi - Capitolo 9.1

Riflessi10 anni fa ho scritto un breve romanzo ispirato ai miei anni parigini (1994/5). L'altro giorno l'ho trovato nei reconditi delle mie cartelle. Ho iniziato a leggerlo e...mi é piaciuto. E' roba vecchia, un Luca pre-Trip, ma già viaggiatore anche se solo in Europa. Ve lo propongo intero, a piccole dosi, da leggere 5 minuti alla volta...

 

RIFLESSI

 

CAPITOLO NOVE, parte prima

 

Erano le quattro del mattino ed era ancora buio. Francesco si alzò e guardò fuori dalla finestra. C'era un lampione acceso che illuminava la strada. Le macchine parcheggiate sembrava dormissero come i loro proprietari. Aprì la finestra, faceva abbastanza freddo. Sul tavolo c'era il suo biglietto, per terra lo zaino. Li guardò a lungo mentre l'aria fredda e il silenzio della notte entravano nella stanza.

"Svegliatevi colleghi", pensò Francesco sempre guardando il biglietto e lo zaino. Fece per chiudere la finestra e un'immagine lo colpì: si vide i piedi sprofondare nel pavimento e si ricordò del sogno.

Capì che per non sprofondare lui doveva muoversi così come altre persone per non sprofondare devono stare ferme.
Chiuse la finestra e si accarezzò il viso. La barba di tre giorni cominciava a pizzicare, e si chiese se non fosse il caso di radersi.
Ma non ne aveva voglia.

Si sedette per terra rivolto alla finestra. Poteva vedere un pezzo di luna e la osservò. Chiuse gli occhi e pensò alla luna. Quando la ebbe ben chiara cominciò a salutare mentalmente tutte le persone che gli passavano per la testa. Diceva buongiorno a tutti. Rimase così per almeno cinque minuti. Poi si alzò conscio di aver fatto una cosa bella e un pò più sereno. Uscì per strada, mise le chiavi nella cassetta della posta e si rese conto che era troppo presto per il metrò.

La stazione era a mezz'ora a piedi e si incamminò.

Parigi cominciava piano piano a svegliarsi. Un camion della nettezza urbana stava lavando le strade e i marciapiedi, e un netturbino nero lo guardò mentre passava. I loro sguardi si incrociarono per un brevissimo istante. "Sei il primo che mi vede in viaggio", pensò Francesco.

Arrivò alla Gare d'Austerliz e cercò sul tabellone il primo treno per la Spagna.

Ce n'era uno che partiva alle sei e mezza per Barcellona, aveva dunque un'ora di tempo. Andò al bar e prese un caffé. Si sedette ad un tavolino, appoggiò lo zaino per terra e cominciò a bere. Faceva un pò freddo ma decise di non coprirsi in previsione del caldo della Spagna; chissà, forse lo avrebbe rimpianto quel freddo.
Andò a farsi il biglietto e vide sul tabellone che il treno era arrivato al binario, quindi si incamminò.
L'attimo prima di salire si guardò i piedi, appoggiati sul suolo parigino, l'attimo dopo non lo erano più: erano in viaggio.
Pensò che stava facendo dei ragionamenti assurdi, ma prima di sorriderne capì che forse avevano un senso. Sentiva di avere acquisito una maggiore libertà di pensiero, per il solo fatto di essere su di un treno che lo avrebbe portato via. Non analizzò ulteriormente quei moti interiori e si cercò una cabina vuota. Dieci minuti dopo stava già dormendo.

Quando si svegliò il treno era immerso nella campagna francese e un controllore gli stava scrollando la spalla dicendo "Monsieur! Monsieur!".
Tirando fuori il biglietto osservò l'uomo in uniforme che lo timbrava.

-"Va a Barcellona?", gli chiese.
-"Si", disse Francesco.
Il controllore lo guardò un attimo più del normale, con uno sguardo dolce e rassegnato.
-"Buon divertimento", gli disse con voce stanca.
-"Grazie"; rispose Francesco "c'é mai stato?".

Il controllore si fermò un attimo e fu come se delle immagini gli passassero davanti agli occhi, tanto che Francesco guardò fuori dal finestrino, per vedere cosa stesse guardando. Ma non c'era niente. Capì che il controllore era indeciso se parlare o meno.
Allora lo guardò con intensità negli occhi e chiese:
- "E' una bella città?"
Il controllore respirò e disse:
-"Bellissima....specialmente quando si é giovani e in buona compagnia"
-"Compagnia di donne?", disse col sorriso ma con gli occhi seri.
Il controllore chiuse lo sportello e si sedette davanti a Francesco, guardandolo fisso negli occhi.
-"Si chiamava Elena, ed era bellissima", diceva lentamente " bella come solo una spagnola può esserlo, e giovane, e rideva che ancora oggi la sento, se lo sapesse mia moglie che ancora oggi la sento ridere e rido anch'io con lei e lei che mi domanda 'perché ridi?' e io 'no, niente', ma rido con lei perché nessuna sapeva ridere come lei. Era acqua fresca nella notte calda sulla Rambla, io dicevo stupidate e lei rideva perché le piaceva farlo e ogni scusa era buona e chissà quante risate mi sono perso per non aver vissuto con lei".
-"Cos'é successo?", chiese Francesco.
-"Me lo domando ancora, ogni volta che la sento ridere, dopo mi domando come ho fatto a perderla, tanto mi amava...ma adesso devo andare. Buona fortuna, e non aver paura di amare, che é l'unica cosa per la quale valga la pena di vivere"

Aprì la porta e uscì, lasciando Francesco al suo stupore, ai suoi pensieri e alla sua paura di amare.