TriplucaVivere viaggiando

26 ottobre 2016 · Italia

Sulla speranza di un incontro galante

pane-naturale-italiano-1
le mani e il pane di Arnaldo Cavallari

E poi non ditemi che non è vero che tutto inizia dalla mente.

Questa storia per esempio inizia da una scintilla di curiosità che mi pungolò in un centro commerciale di Bangkok qualche anno fa.
Stavo scegliendo quale pane comprare e, distesa accanto alle altezzose Baguette, c'era l'umile Ciabatta.
L'avevo già vista a Bali, Buenos Aires e in vari altri paesi.

  • «Pensa te, la Ciabatta, perfino a Bangkok. Chissà che origine ha?»

Mi aspettavo avesse origini antiche, tipo dagli Etruschi che nel quarto secolo a.c. si inventarono questa pagnotta per spararsi dei panini alla mortadella e farsi delle feste al chiaro di luna indimenticabili durante gli equinozi estivi.

O all'imperatore Caligola che, stufo del pan carré per la sua Nutella (faceva sempre buchi spalmandola), dice ai gladiatori di darci un taglio con la lotta e di inventargli un pane con un alto contenuto di liquidi, almeno il 70% sul peso totale della farina, generalmente senza lipidi, riconoscibile dalla grande alveolatura della mollica, dalla crosta generalmente bruna e dalla sua croccantezza.

O, al limite, nel Medioevo dove un monaco decise che ci voleva un pane all'altezza del suo famoso olio d'oliva.

Tiro fuori il cellulare, chiedo a San Wikipedia e cosa trovo scritto?
La Ciabatta è stata inventata nel 1982 ad Adria, Rovigo, da Arnaldo Cavallari.

  • «Whaaaaaatttt? 1982?!!!? Adria???!!!»

Leggo un po', cerco un sito, lo trovo, compro la ciabatta, vado in stanza, ci spalmo sopra del Durian e la storia finisce lí.

Ma questa cosa mi rimane in testa per anni.

  • «Ma è possibile?», mi dico, «l'avessero inventata i Francesi la Ciabatta, ci avrebbero fatto delle scuole con filiali in mezzo mondo. Per non parlare degli americani che avrebbero come minimo invaso il mondo di McChabat. »

E la cosa finisce lí, in un classico brontolío italiano che non porta a nulla.

Ma, facciamo un salto in avanti, ed eccoci all'anno scorso:
sono in macchina con un amico di Martellago, Roberto, e andiamo verso Imola.
A un certo punto vedo un cartello che indica "Adria" a destra e do' una sterzata come se fossi ad un Rally.

  • «Cossa feto? Sito mato?», mi dice.
  • «Andiamo a conoscere l'inventore della ciabatta», gli dico, e nella mia voce c'è tutta l'inflessione del cow boy da Hollywood anni 50, quello che sa quel che vuole e la sera mangia fagioli e lardo sotto le stelle.

(il dialogo qui sopra è inventato, quello reale era sicuramente più noioso).

Gli spiego la storia in due parole e di colpo rieccoci nel mezzo di un'avventura come quando negli anni novanta andavamo a caso verso l'Est Europa appena uscito dal giogo socialista.

Fermiamo un signore e Roberto gli chiede:

  • «Maestro, me scusa, dove xè a casa de Cavallari, queo dea savata?».
  • «Vienme drio in machina», risponde lui, proprio come il classico vecchietto del paesino spazzato dal vento e seccato dal sole di un western trasmesso a mezzogiorno su Rete A.

Lo seguiamo, mette le quattro frecce, ci indica un cancello e se ne va.

E qui la scena mitica.
Parlo di una cosa successa un anno fa, quindi prima di dire che è mitica ho lasciato che il tempo depositasse una patina gialla per provare se attacca, come quando nevica e aspetti di vedere se attacca. Attacca. E' mitica:

Il cancello automatico si sta chiudendo e un vecchio alto e curvo si allontana trascinando una gamba verso una porta.
C'è un grande piazzale e dietro delle costruzioni molto alte, è evidentemente un mulino, ma sembra dismesso.

  • «Paron! Me scusa!», grida Roberto.

Lo strascinamento del vecchio si ferma, lui si gira e ci guarda.
Poi inizia pian piano ad avvicinarsi verso di noi tirando gli occhi.
Il cancello nel frattempo si è chiuso.
Mentre cammina, con i suoi occhiali spessi e un cappello di lana rosso in testa, lo guardo e capisco che c'è una saggezza profonda, appresa dalle difficoltà, dal pane e forse anche un po' dal lievito.
Arriva al cancello, ci guarda e dice:

  • «E mi che speravo de vedar do fighe!»

e-mi-che-speravo-de-vedar-do-fighe

Ora, ve lo posso garantire, nemmeno ci fossimo trovati davanti il Confucio in un giorno di grazia, e ci avesse declamato il suo aforisma più potente con tanto di luce dell'alba ad illuminarlo da dietro e il ticchettío della canna di bambù sotto la fontana in lontananza...nemmeno in quel caso saremmo stati zitti.

In quel momento infatti eravamo nell'illusoria fase "stocazz siamo giovani e belli e andiamo a polacchette", quindi imbattibili e senza rispetto per le frasi fatte.
Se Confucio avesse per esempio sparato "È meglio accendere una piccola candela che maledire l’oscurità." gli avremmo detto "si bravo, ma se non trovi i fiammiferi tiri due bestemmie o no?".

Ma davanti a quel «e mi che speravo de vedar do fighe!» siamo rimasti senza parole.
Zittiti dall'immensità di una frase apparentemente volgare, ma in realtà fatta di poesia pura.
E qui non c'è ironia. Zero.
Perchè un vecchio, molto vecchio, che ti accoglie cosí non lo trovi tutti i giorni.
Quello che trovi tutti i giorni, almeno in Veneto, è il vecchio deluso ed arrabbiato che ne ha due coglioni cosí della vita e che se gli vengono in casa due sconosciuti li guarda prima come Testimoni di Geova e solo dopo, se gli ispirano fiducia, li fa parlare.
Ed è raro che gli ispirino fiducia.

E appena digerita la frase ho sospettato che quel signore nella vita non aveva semplicemente recitato secondo il copione, come tanti, ma scritto la propria storia.

E mi è venuta una gran voglia di ascoltarla.

Ci siamo messi a ridere, il cancello si è aperto e ci siamo ritrovati dentro ad un forno a bere vino, mangiare pane e mortadella ed ascoltare una storia che ancora oggi mi lascia l'amaro in bocca perché è l'ennesima prova che in questo paese ci sono dei personaggi incredibili completamente dimenticati mentre sotto i riflettori ci sono le nullità.

Ma questa storia ve la racconto la prossima volta.
Quella frase meritava una articolo tutto suo.
E adesso potete capire anche il titolo.

 

L'articolo successivo su Arnaldo: Donne e Motori >>

3 commenti

  1. Marco · 26 ottobre 2016

    "...saggezza profonda, appresa dalle difficoltà, dal pane e forse anche un po’ dal lievito" LOL immenso come sempre Luca! Aspettiamo con ansia la seconda parte! Te ne racconterò un paio anch'io, in privato, di storie su talenti incredibili,che fanno dignitosamente cose semplici, maltrattati da "belle scatole vuote"
    A presto!

  2. clach · 26 ottobre 2016

    lui? http://www.ilgazzettino.it/nordest/rovigo/morto_arnaldo_cavallari_molini_adriesi_adria_rovigo-1645435.html

  3. Tripluca · 26 ottobre 2016

    si