Il viaggio più mitico
Ubud, Bali, 3 Aprile 2007
Rieccomi a Bali.
Scrivo dalla stanza di sopra del Warini, con davanti a me i tetti delle case adiacenti e in lontananza le ombre delle palme illuminate dalla luna piena.
Sul tavolino della terrazza, se ne avessi voglia, c'é un termos di té che mi aspetta.
Lek, sul letto, tripblogga nel suo inglese ermetico che io dovrò poi semplificare.
La prima volta a Bali, nel 2000 ero in compagnia di Shizu, la mia ragazza giapponese (ora sposata con figlio, non mio), un siculo e un messicano.
L'ultima volta nel 2004 durante il mitico Giro del Mondo, con Max e i ragazzi della Scuola di Viaggio Disorganizzato. I tempi del film Porchetti Bali Peace and Love.
Il viaggio in Australia e Asia del 2000 ha ormai da tempo acquisito quella patina color sepia (foto ingiallite) che solo un viaggio di 7 anni fa può avere.
Il Giro del Mondo ci si sta avvicinando, ma non é ancora completamente nel mito. Ci vuole tempo.
E qui vengo al punto: di solito ogni volta che torno in un posto mi pare che la volta precedente fosse più bello. E' normale, credo che capiti a tutti.
Ma a me non non più. Ho capito.
Si tratta di concorrenza sleale: il passato remoto vince sempre. Ha avuto il tempo di stagionarsi. Come il parmigiano.
Le paure, le noie, le fatiche, le preoccupazioni, le solitudini sono state filtrate, digerite ed evacuate. Rimangono una serie di immagini e sensazioni, perlopiù positive, aromatizzate dal tempo, romanticizzate dalla nostalgia. Inoltre ero più giovane, il che fa un pò come il basilico fresco sulla pasta: se c'é é più buona.
Conseguenza? Cerco di rendermi conto di vivere un momento mitico anche ora. Tra 5 anni, penserò a questo viaggio con Lek come qualcosa di bellissimo. Eravamo ancora giovani e indefiniti. La vita non ci aveva ancora pietrificati nell'immagine definitiva. Eravamo, come direbbe Tripistotele, "in divenire".
Specialmente lei, che sta vivendo un momento particolare. Per lei é come per me nel 2000. Sta scoprendo il mondo. Pensa che bello. Io mi diverto solo a guardarla e studiarne le reazioni.
Io invece faccio resistenza, contro la pietrificazione, appunto.
E quindi qual'é il mio atteggiamento a Ubud? Con che occhi nuovi la voglio vedere? Cos'é Ubud se non la solita passeggiata in circolo tra vetrine di negozi chic e caffé eleganti ed economici?
E' negli attimi tra le cose ovvie che si rivela.
Prima stavamo tornando verso casa nel buio di Hannoman street quando da una stradina sono uscite delle persone vestite da cerimonia: una signora portava in testa le offerte e un signore (suppongo il marito) aveva in mano un recipiente d'argento.
Camminavano verso il tempio per svolgere una delle loro innumerevoli cerimonie.
Dietro di loro c'ero io, un miscredente prodotto della società consumista occidentale, incapace di intendere le motivazioni della loro religiosità, un pò invidioso e affascinato da un qualcosa che non sarei comunque mai in grado di fare, probabilmente immunizzato dall'invadente approccio cattolico nei confronti della spiritualità.
Li guardavo, stanco dopo 3 ore di internet, e respiravo l'aroma della loro religiosità come se fosse aria fresca, cosciente di quanto sia assolutamente irrilevante la Verità, in quanto si tratta di rappresentazione metaforica dell'innegabile realtà spirituale nella quale viviamo.
In altre parole: anche se i loro dei e demoni di marca non esistono, non importa. Perché gli dei e i demoni generici esistono per forza, che siano chiamati amore o rabbia, compassione o violenza, esistono. E con le cerimonie, loro li materializzano, affrontanto, adorano ed esorcizzano.
E' una cosa che mi ha insegnato l'India. Gli dei come rappresentazioni di un qualcosa di vero ma sfuggente, reso quindi visibile. Shiva non esiste? E allora? Non importa. E' quello che rappresenta che conta.
I mostri di pietra che mettono davanti alle loro case possono apparire ridicoli o folkloristici, ma sono lì per proteggere la casa, e lo fanno.
Lo fanno perché ogni volta che i balinesi entrano e vedono quel mostro, si ricordano che i demoni esistono e che sono dentro di noi, così li lasciano fuori.
Chissà, se il marito bresciano che accoppa la moglie in un impulso di rabbia, avesse avuto un mostro all'entrata, forse si sarebbe fermato un attimo a riflettere sull'uscio.
Se prima fosse andato alla cerimonia di purificazione, magari avrebbe avuto la possibilità di espellere il mostro dal proprio cuore.
Cosa faremmo se ci dicessero di provare a vivere più coscienti del nostro mondo spirituale? Non cercheremmo di rendere visibile l'invisibile? Con statue, disegni, musiche, storie e cerimonie?
La stessa storia della divinità di Gesù o della verginità di Maria, che ha bisogno del supporto della fede per essere accettabile a una mente critica, non ha senso solo se presa metaforicamente?
Non lo so. So che a Ubud si respira pace, per quanto possa essere turistica e quindi sotto certi aspetti finta, e che fa sempre bene venirci.