La foglia del Buddha
Varanasi, 8 Ottobre 2006
L'India è un bordello. Questo ormai é assodato e indiscutibile. Un'ode quotidiana al Caos primordiale che l'uomo vuole onorare quotidianamente, avendo ormai rinunciato all' illusione dell'ordine.
Ma anche qui, e probabilmente più spesso di quanto un turista appena arrivato come me possa sapere, ci sono oasi di pace e tranquillità.
Come il tempio di Mahabodhi a Bodhgaya.
E' qui dove il Buddha, durante un pisolino sotto un albero, nel 623 Avanti Cristo, scoprì la forza di gravità. Gli cadde un pomo in testa e....ah, no scusate, mi sbaglio, (flush, flush, le pagine della Lonely, flush, flush...) ah ecco...é qui che il Buddha ebbe la famosa illuminazione.
L'albero é il simbolo più potente del Buddhismo, quasi un Vaticano o una grotta di Betlemme per intenderci.
Ci siamo arrivati ovviamente per caso, in cerca di una meta e un senso a questo vivere dopo la spiritualità di Varanasi, e la cosa più in zona era BuddhaGaya, come la chiamano i thailandesi.
Si tratta di un paesino delle dimensioni di Cavarzere, pieno zeppo di templi buddisti, uno per paese (buddista): e allora ecco il tempio giapponese (imponente e spartano), quello thailandese (dorato e siamese), quello del Bangladesh (un rudere), quello Cinese (in stile cinese) ecc..ecc..
In giro per il paesino ci sono monaci buddhisti di tutti questi paesi, e in più anche parecchi Tibetani. Il risultato é il solito bordello indiano con un tocco di monaci buddhisti di vari colori: arancioni i thailandesi, rossi i tibetani ecc.ecc..
Lek ha parlato con un monaco thailandese, che invece di parlarle dell'emozione di vivere così vicino all'albero che ha segnato anche la propria esistenza, ha parlato della cosa più importante per il popolo thailandese: il cibo. In particolare il riso fritto ai frutti di mare, con un pò di succo di limone. Anzi lime.
Dice che i primi 45 giorni é stato a letto malato, a causa del cibo indiano. Poi é andata meglio, ma comunque sempre male si mangia.
Era evidentemente stufo di Bodhgaya, dice Lek.
E io, ancora giovane e illuso su questi santi uomini, mi godevo la loro parlata "pa ka la krà(p), toon pum pen, kop krà(p)" e credevo che parlassero di religione.
E' come se Don Lugi, sotto il Monte degli Ulivi, si metta a parlare di bruschette. Ma dai!!!!!
(Don Luigi, mi raccomando, non mi far fare brutta figura).
Ritornando al tempio, devo dire che é molto bello, e in più ritrovarsi in quel luogo, sapendo che 2500 anni fa lì c'é stato Buddha, fa una certa impressione.
Inoltre ci sono tutti quei personaggi che meditano nella posizione del loto, alcuni che pregano, tutti in rigoroso silenzio.
Insomma c'é atmosfera.
Camminando tra le stupas ogni tanto vedi dei monaci che si alzano e si abbassano, durante i loto riti, solitari e concentrati, mentre in fondo un gruppo di almeno trenta monaci canta e prega.
Lek voleva assolutamente una foglia dell'albero, ma é ovviamente vietato strapparle dai rami, e quelle che cadono spariscono subito. Quindi ci siamo messi ad aspettare che cadesse una foglia.
Avete mai aspettato che cada una foglia? Credete che il vostro animo si riempia di pace e di distaccamento dalle cose terrene? Col cavolo. Dopo cinque minuti cominci ad odiare l'albero che avrà 14 milioni di foglie e non ne fa cadere nemmeno una. Cominci a congiurare con gli scoiattoli, chiedendogli un lavoretto di potatura veloce e senza rischi . Ti chiedi se una pedata al tronco possa aiutare.
Insomma, i più bassi istinti.
Per fortuna che una delle guardie indiane, con l'occhio ormai allenato, ne ha addochiata una e l'ha portata Lek. Felicissima con la sua reliquia.