TriplucaVivere viaggiando

12 luglio 2008 · I miei libri Riflessi

Riflessi - Capitolo 11.1

Riflessi10 anni fa ho scritto un breve romanzo ispirato ai miei anni parigini (1994/5). L'altro giorno l'ho trovato nei reconditi delle mie cartelle. Ho iniziato a leggerlo e...mi é piaciuto. E' roba vecchia, un Luca pre-Trip, ma già viaggiatore anche se solo in Europa. Ve lo propongo intero, a piccole dosi, da leggere 5 minuti alla volta...

 

RIFLESSI

 

CAPITOLO UNDICI, parte prima

 

Viaggiò attraverso l'Europa intera. Da Madrid verso Barcellona, poi attraverso la Francia e la Germania per arrivare al confine Ceco la mattina del quarto giorno. Aveva viaggiato continuamente senza mai dover attendere un passaggio più di due ore, tranne una volta in Germania in una stazione di servizio dell'autostrada troppo poco frequentata. Aveva dormito in tenda nelle aree verdi delle stazioni di servizio e mangiato principalmente pane e formaggio, qualche volta una zuppa precotta nel tegamino che si portava appresso. Faceva colazione con un caffé al bar e si lavava nelle docce a pagamento dei distributori. Aveva parlato con un sacco di gente, la maggior parte molto simpatica e non si era mai sentito solo o in difficoltà. Il sole splendeva continuamente e piovve solo una notte, ma se ne accorse solo al mattino ringraziando la tenda che aveva resistito all'acqua. La mappa dell'Europa nelle sue mani era diventata un romanzo, una storia di possibilità.

La guardò seduto sull'erba, mentre il sole gli scaldava i capelli e pensò ai suoi amici, alle strade non ancora percorse, alle persone non ancora incontrate e a tutto l'amore che c'era da raccogliere lungo il cammino, quell'amore che é come la rugiada che ci disseta mentre siamo in viaggio alla ricerca della fontana che non si trova mai.
Respirò profondamente come faceva ogni volta dopo un'emozione per tenerla dentro un pò più a lungo.

Al confine gli fecero un pò di storie perché era a piedi, ma riuscì a spiegare che avrebbe subito preso il treno e lo fecero entrare.
Mise così piede in Cecoslovacchia e guardò un calendario appeso al muro della dogana che segnava il 20 Settembre 1991. Era la prima volta che andava in un paese ex-sovietico.
Il muro di Berlino era caduto da poco e la cosa che lo colpì di più fu l'odore penetrante e diffuso dei fumi del carbone utilizzato per scaldare le case.
Percorse i due chilometri che lo separavano dalla stazione a piedi, con lo zaino in spalla, incrociando vecchie Skoda e Trabant in coda che si dirigevano in Germania. La gente lo guardava incuriosita e Francesco notò subito una mancanza di colori in tutto, nelle auto, nei vestiti della gente, nel paesaggio.
Il grigio sembrava essere la nota dominante.
Arrivò alla stazione e cercò il tabellone delle partenze. Non c'erano né display luminosi né cartelli automatici. L'interno della sala d'aspetto era scuro e faceva caldo, una signora stava seduta su di una panchina di legno e aspettava, accanto a lei c'erano due grosse borse piene.
Francesco si avvicinò alla cassa e, in inglese, chiese un biglietto per Praga.

La signora gli ripose in ceco e Francesco le fece segno di scrivere sul biglietto l'orario e il prezzo. La signora, infastidita, lo fece.
Francesco non aveva corone e chiese quanto era in marchi.
Fu piacevolmente colpito dal prezzo: quattro marchi!

Poco dopo era di nuovo in un treno che guardava fuori stupito quello che restava di decine di anni di comunismo.
Si sentiva bene, i soldi in tasca pesavano molto di più che in Europa dell'Ovest e pensava che avrebbe conosciuto facilmente parecchia gente.

Arrivò a Praga a pomeriggio inoltrato. Tutto era diverso, gli sembrava di essere in un film di vent'anni prima. Le macchine, i tram, i bellissimi palazzi sporchi e decadenti, i vestiti della gente, la coda davanti ai negozi quasi vuoti, le facce tristi, la sensazione di poter comprare qualsiasi cosa erano un mix di emozioni dallo strano effetto, mai provato prima.
E come tutte le emozioni che si provano la prima volta, quella gli sarebbe rimasta impressa per tutta la vita.

Una signora gli si avvicinò e gli propose in inglese di affittargli un appartamento a pochi soldi. Non aveva voglia di non fidarsi e senza fare tante domande andò con lei. Presero il métro e durante il viaggio cercò di farle delle domande ma si rese presto conto che tutto l'inglese che sapeva era relativo all'affitto di una casa.

Scesero dal tram e presero un pullman che li portò in collina. L'appartamento era bello, pulito e ben arredato. C'erano le finestre aperte e i termosifoni erano accesi.

Francesco ne fu stupito, la signora capì e le chiuse ma gli spiegò che non c'era altro modo di abbassare la temperatura dato l'impianto centralizzato. Francesco immaginò un vento freddo che stava arrivando in quella casa, un vento che era ancora molto lontano, ma che avrebbe chiuso quelle finestre e abbassato la temperatura dell'impianto centralizzato, che anzi avrebbe tolto quell'impianto e ne avrebbe messi tanti autonomi, alcuni sempre funzionanti, altri quasi sempre spenti, lo stesso vento che stava portando belle macchine nuove e distributori di benzina moderni, davanti ai quali sarebbero passate delle vecchiette un pò affamate e un pò ammalate e delle giovani ragazze ingioiellate, senza nemmeno vedersi.

Guardò fuori dalla finestra. Si trovavano in collina e poteva vedere Praga dall'alto. "E chi l'avrebbe detto che una città così bella potesse stare qui?", si disse.

Le luci della sera erano poche e sembrava che tutti stessero già dormendo.

Chiese alla signora se c'era qualcosa da mangiare nel frigo. Lei uscì e gli portò del latte e del pane, poi se ne andò lasciandogli le chiavi. Francesco si sedette e accese la televisione in bianco e nero mentre l'acqua calda riempiva la vasca. C'erano due canali ma non ci capiva nulla. Quindi si guardò attorno per cercare una radio e la trovò sul mobile, in bella mostra. La accese e la sintonizzò su di una stazione che trasmetteva musica classica.

Pensò alla giornata che lo aspettava ma la sua mente non riusciva a trovare nessun appiglio per fantasticare. Stava bene, si disse che stava decisamente bene e se lo ripeté mentre entrava nudo nella vasca da bagno. Sarebbe potuto rimanere anche due mesi se solo avesse voluto! Avrebbe speso meno che in una settimana a Parigi.
"Praga", ripeté il nome con gli occhi chiusi. Praga era il nome di una città cecoslovacca fino a un paio di anni prima dall'altra parte del mondo. E in effetti era come se fosse in un altro mondo e in un altro tempo.

Irraggiungibile. Eppure sentiva anche che era il centro di un altro mondo e non un giocattolo come gli sembrava in quel momento. Ebbe netta la percezione che nel giro di pochi anni sarebbe entrata a far parte delle città europee così come Parigi, Roma o Londra e la salutò:

-"Io ti dò il benvenuto Praga, in Europa", disse scherzando.
Non era un arrivo, era un ritorno, ma questo Francesco, che la storia non l'aveva studiata, non lo sapeva.
Poi mise la testa sott'acqua e gridò ancora:
-"Benvenuto Francesco a Praga!".
Scaldò il latte e mangiò il pane con calma, lasciando i suoi pensieri vagare.
Poi di colpo sentì la stanchezza e decise di andare a dormire.

Il suo letto era nella camera dove aveva lasciato le valige, ma preferì mettersi sul divano, in salotto. Capì il perché solo dopo aver spento la luce, quando si rese conto che in salotto aveva parlato con la signora, mentre in camera non c'era stato con nessuno. Senza saperlo cercava il calore umano nei muri.

Il silenzio della notte gli diede la percezione della sua situazione. Nessuno sapeva dove fosse! Sentiva così già una complicità con la città.